foto ines covi

Ines Covi

Sono bisnonna, ho una nipotina fantastica che oggi compie un anno.

Si chiama Annaliys..un nome francese. La sua mamma è francese…povera bimba, le tocca parlare il francese con la mamma, l’italiano col papà, mio nipote, e poi hanno già deciso che la manderanno alla scuola inglese…diventerà matta! Loro vivono a Londra, per forza dovrà parlare l’inglese, capisce?

Sono originaria di Segno, della Val di Non, ma da anni sono a Rovereto…ehhh…ho conosciuto mio marito, faceva l’autista. E’ stato destino. Un bel destino…
Vivevo a Segno, un paesino dove non c’era niente ma non m’importava molto di questo. Non mi piaceva però pensare di dover rimanere lì, ferma in Val di Non a lavorare la campagna. Ci si stufa. O forse non era per me. Io mi stufavo. Sono nata in una famiglia di contadini…ma tutti lassù facevano i contadini…Solo che a casa mia non c’erano uomini. Solo mio padre insomma, io non avevo fratelli, solo sorelle, una sei anni più vecchia, una sei anni più giovane. Insomma “me tocava tirar el caret mi sola, col papà, por om!”. Ero quella in mezzo e facevano lavorare me. Ma io l’ho sempre detto a mio padre, gli dicevo: “Mi voi sposar uno che no g’ha gnanca l’ort!”

E infatti è andata così, ho sposato uno che non aveva proprio nulla: faceva l’autista, era di Padova. Abbiamo deciso di stare a metà strada e abbiamo scelto Rovereto, “ dove che orti no ghe n’era!”.

Poi sono stata sfortunata. Tanto. Dopo nemmeno quattro anni che eravamo sposati, avevamo già avuto i due bambini, e lui è morto. Aveva 38 anni. E io 31. Sono rimasta sola a Rovereto con un bambino di 2 anni e una bambina di 6 mesi quando è morto.
Lui ha fatto 4 mesi di malattia, lo hanno ricoverato ma non c’è stato nulla da fare. Mi hanno detto che si trattava di una malattia sconosciuta. In quegli anni non c’era molto da approfondire, la medicina non aveva gli strumenti di oggi. Lui era stato in Africa dieci anni, di cui 6 di prigionia: mi hanno detto che probabilmente si trattava di una malattia tropicale, dopo anni si è saputo che si trattava di amebiasi, una malattia infettiva che distrugge il fegato.

E’ stata sfortuna la sua: era nato nel ’13 e terminato il militare invece di congedarlo l’avevano portato a Napoli e imbarcato…in quegli anni reclutavano tutti. E lì probabilmente si è ammalato e la malattia è rimasta in silenzio per molto tempo.

Quindi io sono rimasta sola, qui…ma sa cosa è stato il peggio? Che ero proprio sola, a Rovereto. I miei genitori erano a Segno e volevano a tutti i costi che io tornassi in Val di Non. Ma io non volevo: prima o poi i miei figli sarebbero cresciuti e io volevo dar loro la possibilità di studiare. Allora non potevo prevedere se avrei avuto la possibilità di mandarli a Trento…era appena finita la guerra, non c’erano soldi. Mi sono fatta forza e ho pensato che avrei fatto fatica ma avevo deciso: volevo rimanere a Rovereto e così ho fatto. Fortunamentente ho trovato lavoro subito ma avere due figli ed essere qui da sola ha significato lavorare tutto il giorno e anche la sera e lasciare spesso i bambini soli. Finchè erano piccoli è stato un dramma, ero sempre preoccupata per loro e non potevo fare a meno di lavorare. Poi però è andato tutto bene: io sono sempre stata in salute e ho sempre potuto lavorare sodo e i miei figli sono stati bravi. Alla fine hanno fatto tutti e due l’università.

E’ stata dura, durissima: di giorno lavoravo, la sera andavo a fare le pulizie negli uffici. Ore su ore, senza tregua. Trovavo la forza di fare tutto pensando al motivo per cui avevo preso quella decisione. Ma non avevo altro nella vita: lavoro e due creature che crescevano sole ma fortunatamente sane. E poi sono stata contenta perchè entrambi hanno avuto la volontà di studiare e andare avanti. Mio figlio ora lavora in banca, mia figlia è un’assistente sociale. Hanno fatto strada tutti e due e mi hanno dato anche belle soddisfazioni.

Erano bravissimi. Andavo a udienze di mio figlio, quando faceva il liceo e il professore mi chiedeva “Ma cosa ci fa lei qui? Non serve che venga, suo figlio è bravissimo”; io però rispondevo “Lo so che studia e lo so che va bene a scuola ma voglio capire come si comporta con i compagni e con i professori, anche questo è importante, sa?”.

A guidarmi c’era una forza di volontà che non mi spiego ora nemmeno io. Come se qualcuno dietro la schiena mi spingesse a fare, a continuare. Qualcuno mi continuava a ripetere che quello che stavo facendo era la cosa migliore per tutti. Come se un angelo mi desse la forza…mio marito si chiamava Angelo…

E’ stata mia figlia a farmi conoscere la cooperativa, con il suo lavoro lei sa tutte queste cose. Ha insistito ma alla fine aveva ragione…insomma ormai faccio fatica da sola. Non sapevo di questa possibilità. Frequantavo il centro già da un po’…vado a fare ginnastica al centro anziani vicino casa perchè mi piace e mi fa bene, alla fine della ginnastica mi sento stanca ma rilassata. Non sono mica capace di fare tutto, a volte “me sento ben ‘na rogna” ma vado ugualmente, non mollo mai. Vado a piedi fino al centro, faccio ginnastica e poi torno a piedi. Insistono perchè io vada col pulmino ma non voglio, finchè posso camminare voglio andare a piedi.
Sono una che fin dove può preferisce fare sola, mi piace essere indipendente.

Però sono contenta che vengano le operatrici, sono tutte simpatiche e mi aiutano dove non riesco a fare da sola. E poi a me piace chiacchierare mentre loro lavorano…lavorano tanto, sa? Quell’oretta che stanno qui ce l’hanno impegnata perchè tra una cosa e l’altra c’è sempre qualcosa da fare qui da me.

Sono nata nel 1920, avevo 10 coscritti (coetanei) a Segno…di tutti sono rimasta solo io. E ho fatto la vita più strapazzata che si possa immaginare ma ci sono ancora e sto bene e addirittura sono diventata bisnonna.

Basta così? Adesso posso farle vedere la foto della mia nipotina?